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Il ricco, vittorioso generale Placido,
benché pagano, era per sua natura una persona spinta a fare grandi
beneficenze, come il centurione Cornelio. La leggenda racconta che un
giorno (100-101) andando a caccia, inseguì un cervo di rara bellezza e
grandezza e quando questi si fermò sopra una rupe e volgendosi
all’inseguitore, aveva tra le corna una croce luminosa e sopra la figura
di Cristo che gli dice: “Placido perché mi perseguiti? Io sono Gesù
che tu onori senza sapere”.
Riavutosi dallo spavento, il generale di Traiano decise di farsi
battezzare prendendo il nome di Eustachio o Eustazio e con lui anche la
moglie e i due figli con i nomi di Teopista, Teopisto e Agapio.
Ritornato sul monte, riascoltò la misteriosa voce che gli preannunciava
che avrebbe dovuto dar prova della sua pazienza. E qui iniziano i guai, la
peste gli uccide i servi e le serve e poi i cavalli e il bestiame; i ladri
gli rubano tutto.
Decide di emigrare in Egitto, durante il viaggio non potendo pagare il
nolo, si vede togliere la moglie dal capitano della nave che se n’era
invaghito. Ridisceso a terra prosegue il viaggio a piedi con i figli, che
gli vengono rapiti uno da un leone e l’altro da un lupo, ma poi salvati
dagli abitanti del luogo; i due ragazzi crescono nello stesso villaggio
senza conoscersi.
Rimasto solo, Eustachio si stabilisce in un villaggio vicino chiamato
Badisso, guadagnandosi il pane come guardiano, sta lì per 15 anni, finché
avendo i barbari violati i confini dell’Impero, Traiano lo manda a
cercare per riportarlo a Roma.
Di nuovo comandante delle truppe, arruola soldati da ogni luogo; così fra
le reclute finiscono anche i suoi due figli, robusti e ben educati, al
punto che Eustachio sempre non riconoscendoli, li nomina sottufficiali,
tenendoli presso di sé.
Vinta la guerra, le truppe sostano per un breve riposo in un piccolo
villaggio, proprio quello in cui vive coltivando un orto, Teopista, che
era rimasta sola dopo la morte del capitano della nave e abitando in una
povera casupola; i due sottufficiali le chiedono ospitalità, e nel
raccontarsi le loro vicissitudini, finiscono per riconoscersi come
fratelli, anche Teopista li riconosce ma non lo dice, finché il giorno
dopo presentatasi al generale, per essere aiutata a rientrare in patria,
riconosce il marito, segue un riconoscimento fra tutti loro e così la
famiglia si ricompone.
Intanto morto Traiano, gli era succeduto Adriano (117), il quale accoglie
il vincitore dei barbari con feste e trionfi. Però il giorno dopo si
doveva partecipare al rito di ringraziamento nel tempio di Apollo ed
Eustachio si rifiuta essendo cristiano; l’imperatore per questo lo
condanna al circo insieme ai suoi familiari (140); ma il leone per quanto
aizzato non li tocca nemmeno e allora vengono introdotti vivi in un bue di
bronzo arroventato, morendo subito, ma il calore non brucia loro nemmeno
un capello.
I cristiani recuperano i corpi e gli danno sepoltura, in questo luogo dopo
la pace di Costantino (325) fu eretto un oratorio, dove venivano celebrati
il 1° novembre.
Questa leggenda ebbe una diffusione straordinaria nel Medioevo e ci è
pervenuta in molte redazioni e versioni greche, latine, orientali e lingue
volgari, quasi tutte le europee, diverse nei particolari ma concordanti
nella sostanza.
La leggenda presenta assonanze ricorrenti nell’agiografia cristiana e
nella novellistica popolare; il racconto del cervo compare anche nelle
‘Vite’ di molti santi cristiani e ha radici nella letteratura indiana;
le avventure familiari di Eustachio sono un motivo ricorrente in India
passato poi nell’antica letteratura greca, araba, giudaica e altre
leggende cristiane.
Il culto per il martire Eustachio e familiari è antichissimo e
innumerevoli sono le chiese, citazioni, racconti, documenti, ecc. in cui
compare il suo nome, già agli inizi del secolo VIII. La sua festa
inizialmente al 1° novembre fu spostata al 2 novembre, quando fu
istituita la festa di Tutti i Santi e poi dopo l’inserimento della
Commemorazione dei Defunti, fu spostata al 20 settembre, data che compare
già negli evangeliari dalla metà del sec. VIII.
È protettore dei cacciatori e guardiacaccia e della città di Matera. Il
nome deriva dal greco ‘Eystachios’ e significa “producente molte e
buone spighe”.
Autore: Antonio Borrelli
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