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Il Costume di Scanno - Notizie StoricheGiorgio Morelli
Pescara 1960
pubblicazione integrale autorizzata dallo stesso autore Sig.G.Morelli Copyright © 2005 - Scanno.org Nota dominante del folklore di questo pittoresco paesino è la originale ed austera foggia dell’abbigliamento femminile. L’indagine sulla origine e provenienza del costume ha appassionato moltissimi cultori di studi abruzzesi sperando di poter illuminare, nello stesso tempo, l’altra discussa questione: la origine di Scanno. Il fatto che un costume cosi tipico rimanesse circoscritto al solo Scanno senza che se ne rinvengano oggi tracce nei centri vicini ed aggiungendo alcune strane usanze vive nel paesino - volute di diretta importazione orientale - tesi peraltro discutibile - hanno indotto molti studiosi ad opinare che il nucleo primitivo, dal quale si sviluppò il moderno centro, fosse costituito da una collettività, immigrata da chissà quali lontane regioni, che amò custodire tutto il patrimonio etnico e folkloristico della propria terra d’origine. Ancora oggi il costume muliebre scannese sta a testimoniare, dopo secoli, un trascorso storico che attende di essere svelato. I più antichi documenti che c’informano della foggia dello abbigliamento delle donne scannesi, sono costituiti da alcuni corredi dotali dei secoli XVI-XVIII, da noi già pubblicati (1) (G.MORELLI: Le antiche carte dotali abruzzesi, in ATTRAVERSO L'ABRUZZO, 1959 n.1. Parte dei documenti ivi riportati furono già pubblicati in un fascicoletto oggi introvabile, da G. CELIDONIO: Antichi corredi dotali scannesi, Casalbordino, De Arcangelis, 1898.), nei quali è descritto con minuzia quanto la sposa portava al marito e nel corso del lungo elenco degli oggetti e dei capi di vestiario si leggono, coloriti dal pittoresco dialetto dell’epoca, anche le varie parti del costume. Ad integrare i documenti verbali ve ne è uno figurativo costituito da un piatto in ceramica sul quale sono raffigurati un uomo e una donna scannesi entrambi in costume. Il prezioso oggetto, conservato presso una famiglia di Scanno, è firmato « Carlo de Simone - Napoli », e lo si può far risalire verso il secolo XVIII, forse all’epoca dell’attività della Real Fabbrica di Capodimonte (1135-1759). Alcuni sostengono che il costume ivi riprodotto sia quello in uso intorno ai secoli XV-XVII (2) (COLAROSSI-MANCINI: Storia di Scanno, Aquila, Vecchioni, 1921, p.160), ma non si hanno prove sicure; tuttavia è evidente la diversità dell’insieme da quello attuale che pur rimanendo sostanzialmente identico nelle sue varie parti, differisce sopratutto nel copricapo o turbante, dialettalmente cappellitto, elemento questo il più originale e il più interessante del costume, dove su di esso si è accentrata la maggior attenzione degli studiosi.Ma l’originalità del cappellitto non è solamente nella sua strana forma, ma è dovuta sopratutto, e possiamo dire unicamente, da quel grazioso motivo ornamentale rappresentato dall’uso di intrecciare i capelli, preventivamente divisi in due trecce, con. dei cordoni colorati, chiamati in dialetto lacci. Ad un superficiale primo esame nessuna traccia se ne è rinvenuta altrove di una usanza simile, per cui si è giustamente concluso che tale moda scannese sia l’unico esempio esistente nella storia dei costumi. Nel corso del nostro studio vedremo invece come tutti coloro i quali trattarono del costume in questione dimostrarono di ignorare alcuni importanti elementi che avrebbero altrimenti portato già da tempo ad una soluzione della dibattuta questione: da quando cioè i lacci per la prima volta vennero indossati come ornamento, e quali potettero essere gli elementi stranieri o solamente locali che assimilati, determinarono tale nuova stagione di eleganza e buon gusto in seno alla moda scannese. Sia la riproduzione conservataci dal piatto in ceramica (Fig. 1) che i corredi dotali citati, concordano nell' assegnare al copricapo, fin dai secoli XV-XVI, una forma di un vero e proprio turbante; carattere questo che influì in modo sensibile sull' opinione di molti studiosi nel considerare il costume scannese una genuina e diretta importazione orientale: rotondo, fasciava e avvolgeva completamente il capo, nascondendo così i capelli e lasciando ricadere sulle spalle due lunghe code; mentre oggi ha tutto il carattere di uno specifico per quanto strano copricapo, il cui nome dialettale di cappellitto è pienamente giustificato. Fig. 1 I capelli secondo quanto testimoniano i dotali dei secolo XVII, venivano preventivamente raccolti in reticelle ( rezzole) sull’uso delle quali fino a tempi a noi vicini ce ne conferma il Celidonio: « Le rizzole si usarono da qualcuna di condizione agiata e col cappellino sin quasi a memoria nostra ». (3) (Op. cit., p. 17).In un corredo dotale del 1643 sono elencati: La mancanza dei lacci, riscontrata anche in altri documenti si spiega solamente col fatto che essi erano allora ignorati, e la loro presenza, documentata solo molto tardi, sta a provare come i lacci rappresentino una fase di trasformazione subita dal costume stesso. Già da questo, e da quanto ancora andremo ad esporre, la troppa sostenuta ipotesi dell’antichità del costume scannese viene automaticamente a perdere ogni sostegno di verità. In un dotale del 1715, presso di me (4) (Lo pubblicai nell’art. cit.), nella scrupolosa descrizione di uno dei più ricchi corredi pervenutici, ancora ai cordoni nessun accenno; come pure sono assenti in quella riproduzione del costume scannese su una grande coppa in porcellana conservata nella raccolta del Marchese Guerrieri Gonzaga, preziosa opera della Reale Fabbrica di Capodimonte (1735-59), in cui la donna ivi raffigurata indossa un turbante avente la calotta in scarlatto, contornata da lunga banda ricamata in oro, con capelli non avvolti in lacci, gonna rossa listata da piedi in verde, giallo e bianco (5) (DI RIENZO: Dalla rezzola ai lacci, dal turbante al cappellitto, in LA FOCE, 1952, n. 3).Alcuni decenni più tardi (1789) il Liberatore, parlando delle nostre donne nota solamente che esse: "vestono panni rossi, con degli scarlatti in sulla testa, con delle collane di monete di oro ed altri ornamenti similmente d’oro" (6) (Ragionamento sul Piano Cinquemiglia, Napoli, Manfredi, 1789).
Il 1700 si chiude offrendoci un importantissimo documento, il solo rimastoci, che interessa il costume antico, costituito dalla minuziosa descrizione di questo, dovuta a Michele Torcia che soggiornò per alcun tempo a Scanno, dove ebbe modo anche di descrivere con dovizia di particolari, gli usi e costumi e la vita quotidiana in quel paesino, nella sua preziosa opera: Saggio Itinerario Nazionale del Paese de’ Peligni fatto nel 1792 da M. Torcia. Napoli 1793. Ne riportiamo integralmente il testo: « La gonnella di panno è di tinta immarcescibile paesana, a segno che neppure l’urina del gatto la stinge: è poi tagliata a guisa di toga o stola sino ai talloni lavorata colle loro mani. Viene ornata nel lembo da varie fascie posta una sopra all’altra di scarlato, o di vellutino in seta color diverso da quella della toga. Le maniche strette nella parte superiore sono guarnite di nocchettini di fettucce. in guisa d’un grazioso ricciato dall’omero al polso, di colore anche differente dal fondo del panno. Le cuciture delle maniche sono ornate di liste di scarlatino, o vellutino corrispondenti e legati insieme da un lavoro che con vocabolo paesano è detto interlacci. Il petto e la schiena della gonna sono parimenti ornati con simile lavoro. La pettina chiusa da due grappi di argento in forma di bulle antiche sulle due mammelle viene stretta su i fianchi da bottoni di argento o pure da lacci di seta. Sotto portano la vera tunica senza maniche, qui detta casacca; cuoprono le gambe con calzette di panne blò o verde, ricamate in oro o in seta e ai piedi con pianelle o sia pantofole, coverte di raso color diverso dal fondo, e ricamate in oro o in argento. Nei giorni di lavoro le poverette vanno in campagna con certe pelli cucite alle piante delle calzette, che rassomigliano esattamente alla solee delle antiche figure. La testa viene coverta da un fasciatolo di saia blò, da esse parimenti tessuta con varii fui ed intrecciati ricami in seta degni di Aracne. Il fasciatoio sta legato da un violetto, cioè veletto sottile di bambagia intrecciato con fili di seta di vario colore, e questo ripiegato indietro e pendente a due code compisce un ornato ancor più grazioso che quello del turbante delle donne turche. Il ricamo del fasciatoio vien detto rose-strocche, e il turbante cappelletto». E’ possibile che in tanta precisione di particolari siano sfuggiti proprio i cordoni così vistosi e interessanti? Non lo possiamo credere e quindi siamo certi che alla fine del settecento, il costume muliebre rimaneva sostanzialmente identico - seppure vogliamo concedere qualche piccola differenza - a quello usato nei secoli precedenti: con apoteosi di colori molto accesi, niente lacci e niente cappellitto che potesse richiamare in qualche modo quello attuale. D’altronde il secolo XVIII ci ha fornito il maggior numero di riproduzioni figurative dei nostro costume da non lasciar dubbi sulle sue varie descrizioni, che peraltro, come già facemmo osservare, concordano tra esse alla lettera (7) (Nel Museo di Capodimonte in Napoli, vi è un’altra riproduzione del costume scannese su un tondo in porcellana applicato in un mobile. Altre riproduzioni :si possono vedere in AGOSTINONI: Altipiani d’Abruzzo, Bergamo 1912 (ristampa) pp. 155, 158. Nella Collezione fotografica del Ministero della P. Istruzione, ai mi. 863941, presso il Gabinetto fotografico della Direzione Generale Antichità e Belle Arti e ne « .1 paesi e te /Oflti della Fiaccola sotto il moggio, ne IL SECOLO XX, Milano 1905, n. 5, p. 409 e segg.).Se anche le calcografie del 1809 e del 1828 di Bartolomeo Pinelli riproducono il costume privo di lacci, l’ottocento è da considerare il secolo più importante per la storia della moda scannese, pieno di sorprese e com'è. Infatti il 1852 è l'anno in cui finalmente i tanto misteriosi cordoni fanno ufficialmente ingresso nella storia. Lo storico scannese Giuseppe Tanturri (1823-81) in quell’anno, per la prima volta fa di essi oggetto di osservazione descrivendoli in ogni particolare (8) ( Monografia di Scanno, sta in «Il Regno delle Due Si cilie descritto e illustrato » Vol. XVI an. 1852 fasc. 11; il testo è riportato anche dal COLAROSSI-MANCINI op. cit. pp. 189-91 senza citare però la fonte. Non possiamo non far notare qui come ad Anzio, ancor oggi, le donne ornano di una treccia posticcia di color verde o rossa o nera, secondo se nubili, maritate o vedove.).Prima di entrare nel vivo delle osservazioni che i vari documenti offriranno alla nostra considerazione, leggiamo anche questa descrizione minuta del costume, diciamo moderno, da raffrontare con quella già letta, del Torcia, su quello antico: « Le donne indossano panni se non di lana. La gonnella, che non impropriamente chiamiamo casacca, è di colore verde-cupo, scarlatto negli sponsali. con fitte pieghe al di dietro; che raccoglie e congiunge da un pezzo di panno a foggia di camiciuola, tolgono a chi la indossa ogni garbo di vita, la quale perciò non rimane che pochissimo spezzata, cambrèe, come direbbero i francesi. Il giustacuore, comodino, diviso dalla gonnella, è di panno turchino scuro, a larghe maniche pieghettate sulla spalla e ne’ polsi ed è guarnito di fettuccia colorata nell’estremità. Nel davanti chiude esso il petto quasi fino al collo: nel di dietro ha piccola faldina sporgente ad uso di coda; ma nuovo e bizzarro è il modo di stringerlo ed abbottonarlo. Divisa la lunghezza delle sue faldine in tre parti, nella prima parte superiore sono quattro bottoni di argento disposti verticalmente che le chiudono; nel mezzo sono altri sei bottoni disposti in due ordini su un piccolo pezzo quadrilatero intagliato che chiamano pettiglia, e nella parte inferiore vengono chiuse con quattro ciappolette, grappi anche di argento, le quali in certo modo stanno a sostegno della non piccola dovizia del petto. Nel giro del collo il comodino, è guarnita di merletto increspato, che fa parte della sottostante camicia. Il grembiule denominato mantera, suol’essere di tessuto di lana non gualcato, e di colore scarlatto, o cremisi o cinerino o violetto. Dividono i capelli dal sincipite all’occipite in due porzioni che accolgono posteriormente in due ciocche; le quali intrecciate vagamente con lacci di seta di vari colori girano sul capo a mò di corona, lasciando dietro le orecchie due trecce con bel garbo disposte a semicerchio, le quali solamente son visibili, mentre il rimanente resta più o meno coperto da un’originalissimo cappelletto. E’ il cappelletto una specie di turbante che diversifica da quello mussulmano perché di poco più alto, con coda più lunga, per nulla increspato nel davanti, ed è amovibile senzaché resti scomposto. La tocca, il fasciatoio e il violetto ne sono i componenti. La tocca è una fascia di bambagia a più pieghe, alta mezzo palmo circa, che si avvolge dalla fronte all' occipite da questo a quella, e costituisce, direi, quasi l’ossatura del cappelletto. Il fasciatoio è un pezzo di merinos, ovvero di tessuto di lana non gualcato, di colore turchino-scuro, della forma di un asciugamani, la cui metà spiegano sul vertice, nel mentre adattano il lembo destro sul sinistro e l’estremità anteriore rovesciano sulla posteriore facendo rimanere dalla fronte in su un quadrilatero più o meno alto; e quindi compiegare il lembo sinistro sul destro, arrotondano gli angoli anteriori, e ritengono con spille nel di dietro all’orlo superiore della tocca le due parti ristrette, che vanno così a cadere penzoloni fin presso alla regione infrascapolare. E’ questa la incappatura, che corrisponderebbe alla piccola tenuta o tenuta giornaliera. Ma l’incappatura non è il cappelletto. Per aversi questo bello e formato occorre il violetto, cioè la seconda fascia di bambagia, ma grezza e di lento tessuto, la quale coi suoi giri, mentre copre perfettamente la prima ed in parte anche il fasciatoio, lascia nel suo ultimo giro delle liste verticali intessute di seta a vani colori ed anche a filigrana ». Il Tanturri tre anni dopo ripubblicò, in parte, la descrizione (9) (In POLIORAMA PITTORESCO, an. XVI, 1855-56, Napoli, p. 201,) ma questa volta corredando lo scritto con una preziosissima illustrazione (Fig. 2) che coglie un momento della lenta trasformazione subita dal copricapo, dove non è più un turbante e neppure ancora l’attuale cappellitto. Le tre donne ivi raffigurate, hanno le trecce ben visibili avvolte in lacci; e altro importantissimo rilievo che ci viene dato di notare, è che il cappellitto non ha ancora le due punte e la linea piatta che ora si dà alla parte anteriore; ma è ancora tondeggiante e non ha più le due code come appariva qualche decennio prima, ma una sola che non oltrepassa la lunghezza del collo. La coda non è formata dal violitto, e in ciò sta principalmente l’innovazione ma dal fasciaturo, cosa che tolse al copricapo la forma nettamente orientale che formava la prerogativa di quello antico.Fig.2 Ci si affaccia, a questo punto, un interrogativo: come mai il Tanturri descrivendoci il costume e cosciente della diversità che sarebbe risultata da quello descritto più di sessant’anni prima dal Torcia, al quale mancavano i lacci, non diede a questi alcun risalto particolare? Né accennò all’origine, che come abbiamo vista, doveva essere abbastanza recente; né fece un raffronto con il costume antico trattando circa una possibile provenienza o derivazione da fogge di altri popoli? Tutto ciò fa pensare che in realtà le cose stiano diversamente di come i dati fin qui esaminati han fatto credere. Infatti Io storico scannese dimostra come per lui l’uso di intrecciare i capelli con dei cordoni colorati fosse una vecchia e ormai nota consuetudine. Ora sta a vedere se effettivamente alla fine del ‘700 i lacci risultassero già usati o no: e perché il Tanturri, ammesso che scrivesse appena poco dopo la loro adozione, non li presenti come una originale e recente innovazione, e non dedichi ad essi particolare attenzione e più profondo esame. Con il materiale fino ad oggi a nostra disposizione, non avremmo potuto avanzare se non vaghe ed incerte supposizioni: se con insperata fortuna non avessimo rinvenuto la copia manoscritta dell’edizione napoletana del 1765 : edizione ritenuta irrimediabilmente perduta, di un interessantissimo poemetto in dialetto scannese, dal titolo: STORIA DEL MATRIMONIO DI NANNO E MARIELLA nel quale è descritta, con non senza qualche brio, tutta una cerimonia nuziale come si celebrava nel settecento, con le tipiche usanze oggi pressoché dimenticate. L’anonimo autore descrive il destarsi della giovane nel giorno che va sposa. e segue quindi in ogni minimo particolare tutta la movimentata e indimenticabile giornata, fino ad accompagnare gli sposi sulla soglia della camera nuziale (10) (Il poemetto stampato anonimo, è però di Romualdo Parente (1737-1831) di Scanno. Ebbe una seconda edizione nel 1780 di cui l’ unico esemplare che si conosca è conservato in quel paese. Delle due stesure stiamo curando un’edizione critica).Per noi il poemetto costituisce un’autorevole e attendibilissima fonte della quale si hanno preziosissime informazioni di estremo interesse ai fini risolutivi della questione di cui ci stiamo occupando. Ecco la quarta strofa: Era ntra lume e lustre a zu Giardeine Dunque nel 1765 i lacci erano già usati: allora come spiegare la loro mancanza sia nella descrizione del costume pure sicuramente attendibile, fatta un trentennio dopo che nei corredi dotali anche nel più recente del 1715? Alla luce delle attuali indagini abbiamo potuto rilevare alcuni importanti elementi sufficienti a dare una soluzione a tali interrogativi. Si son raccolte, dunque due tradizioni locali di cui la prima la più antica, dice che le donne di Scanno, nei torni del sec. XV, usassero portare i capelli divisi in piccole trecce guarnite da nastri colorati dove spesso vi appendevano anche delle monete d’oro all’uso persiano (11) ( Nientedimeno il bandito Gasparone, nella sua quanto mai interessante autobiografia, ci conferma che una moda simile era diffusa in Ciociaria ai primi del secolo scorso: « A Prossedi, piccolo paese delle vicinanze di Ferentino, era di moda allora fra i giovanotti della provincia di portare capelli infiocchettati di nastri di diverso colore, di seta o di lana, e mostrare in giro una gran gloria di capelli abboccolati dalla parte scendenti fin quasi in mezzo al petto, né più né meno che le donne ». «A. GASPARONI: La mia vita di brigante, redatta in prigione da Pietro Masi da Patrica, ergastolano, suo compagno di banda e di pena. Atlante, Roma 1952, p. 91) e la seconda decisamente posteriore, c’informa che nel giorno delle nozze, lo sposo donava un paio di lacci che la sposa doveva indossare come complemento indispensabile all’abbigliamento nuziale (12). (DI RIENBO, 1.cit.)A non considerare per un momento l'unica fonte scritta che testimonia l’uso dei lacci fatto nel giorno delle nozze, appare ugualmente chiaro come l'eccentricità e la preziosità dell’acconciatura dei capelli non si abbia a riferire se non al costume festivo, e in particolare a quello indossato nelle grandi occasioni, precisamente nelle cerimonie nuziali, dove l’abbigliamento, in tutti i tempi e in tutte le regioni, raggiunge la massima imponenza e bellezza. E basta notare il punto di contatto che esiste tra la seconda tradizione sopra riportata, con il poemetto e i corredi dotali, dove questi ultimi non elencano tra le altre cose nessun paio di cordoni colorati per capelli, ci danno l’assoluta certezza che quell’originale ornamento, donato dallo sposo, servisse solo esclusivamente in quel felice giorno. In tal modo si spiega come il Tanturri, parlando del costume femminile non abbia fatto segno di particolare risalto ai lacci appunto perché non erano una novità; e il Torcia non dovette descrivere altro che il costume domenicale e non quello nuziale. Seguendo la comune opinione sostenuta da molti - specie del Colarossi-Mancini - che il costume muliebre fosse un prodotto genuinamente orientale, come dall'oriente abbia riscontro molti usi vivi a Scanno abbiamo allargato le ricerche tra i diversi usi nuziali dei vari popoli e con sorpresa nulla abbiamo trovato che richiamasse alla mente l’ uso dei cordoni, se non solamente tra le antiche costumanze dei latini, e nulla specie in quelle dei greci, alle quali si è sempre ostinatamente cercato di identificare le nostre. Il profondo influsso della civiltà latina è peraltro riscontrabile con segni marcatissimi in tutto il folklore abruzzese. Il coronare la sposa con un serto di fiori; il donare ad essa nel giorno delle nozze un fuso, il filo e la conocchia, come simbolo del lavoro a cui doveva dedicarsi; e il presentare il corredo entro cesti portati da fanciulle, non sono usi autenticamente latini? E presso i romani non vi era anche quella solenne usanza di dividere i capelli della sposa in sei trecce? (13) ( AULA: Compendio delle antichità romane, Napoli, 1845, II, 242) e che questa sospendeva alla porta del suo sposo delle trecce di lana? (14) (PLINIO: Storia naturale, XXIX, 2, s. 9- LUCANO, II, 355).Crediamo che tali testimonianze stiano chiaramente a dimostrare in modo definitivo l'origine italianissima dell'uso dei lacci nel giorno del matrimonio, mentre giornalmente e nel costume domenicale, i capelli venivano raccolti in reticelle proprio come facevano le matrone romane, secondo la testimonianza di Alessandro (15) (ALESSANDRO, Geniali, presso TASSONI: Paragone degli Indigeni Antichi e moderni, Lanciano, Carabba, 1935 II, 109). e sopra le quali reticelle (rezzole) venivano indossati a Scanno un panno che fasciava il capo e costituiva un vero e proprio turbante (16) (CELIDONIO, op. cit. -"Nel 1600 pare che la rete dei capelli formasse un abbigliamento comune che aveva un particolare violitto" p.19, nota 2.Ma ad un certo momento tale turbante cominciò a subire costantemente e lentamente una progressiva e radicale, profonda trasformazione che si protrasse per tutto l'ottocento, facendo acquistare gradatamente, al copricapo, una sua forma ben definita e stabile, come a noi oggi è pervenuta e che con esatta proprietà viene chiamato cappellitto. Tale stabilità di forma venne raggiunta quando il copricapo lo si cominciò a confezionare in laboratorio a differenza di quello antico, il quale si scomponeva dopo l’ uso e veniva ricomposto all’atto di indossarlo: e da questa necessità di scomporlo e ricomporlo è facile dedurre che la sua forma oltre ad essere suscettibile di continui mutamenti, non doveva essere molto diversa da quello riportato dalla Fig. 1, simile ad un vero turbante: cioè che doveva avvolgere almeno in parte il capo, mentre l’odierno non è che molto più piccolo e solo appoggiato sulla sommità del capo. Ma quando l'ornamento nuziale, costituito, come sappiamo, dai lacci, s'inserì nell’abbigliamento festivo, cominciò quel processo di stabilizzazione in una forma unica e stabile, e ciò avvenne verso la prima metà del secolo scorso, allorché i continui contatti commerciali che Scanno, per la sua floridissima industria della lavorazione dei pannilana, viveva con i centri maggiori, obbligavano i cittadini a un decoro personale anche per tenere vivo e attraente il colore locale agli occhi dei forestieri : sia di quelli che giungevano al paesino per commercio, sia per attirare quelli che visitavano le famose fiere di Lanciano, Ortona, Sinigaglia e Farfa, nelle quali Scanno si faceva notare sotto ogni riguardo per l’ottima qualità dei suoi prodotti. Allora il copricapo festivo e giornaliero dovette avvicinarsi a quello nuziale, infatti oggi vediamo, proprio come afferma il Tanturri, che comunemente viene indossato la incappatura, costituita dalla tocca e dal fasciaturo e che si avvicina molto a quello nuziale, mentre questo differisce essendo un poco più rotondo senza troppe angolosità, perché costituito da un terzo elemento il violitto che riveste l'incappatura, dando appunto, all’odierno copricapo una forma più rotonda (Fig. 3).
Fig.3 Giornalmente le donne scannesi coprono il capo con un panno, maccaturo, (Fig. 4) il quale è incredibilmente identico come forma, anzi è esattamente come quello usato nel cinquecento (vedi la Fig. 1), e ci rimane strano che nessuno ancora abbia notato questa rassomiglianza. L’antico, non fasciava completamente il capo, nascondendo i capelli, lasciando cadere sulle spalle due lunghe code? e l’odierno copricapo giornaliero non fascia similmente il capo a mo’ di turbante ed ha le due code? Basta confrontare le due foto per convincersi della comune ed unica identità che corre tra i due copricapi.Fig.4 Non bisogna dimenticare ancora che nel Rinascimento le donne che avevano lunghi capelli li raccoglievano in una treccia avvolta in nastri. E curiosando tra la vastissima produzione pittorica della stessa epoca, avremo la gradita sorpresa di vedere, come per esempio, nel « Ritratto di Giovane » di Paolo Uccello, e in talune tele di Piero della Francesca, tanto per fare dei nomi, turbanti completamente rotondi, che lasciano ricadere sulle spalle una lunga appendice! Ritratti di: P.Uccello - ritratto di donna (a sin.) e P. Della Francesca - ritratto di B.Sforza (a dex.) Da quanto abbiamo riportato fin qui, appare chiaro che il costume di Scanno, appunto per la sua continua e lenta trasformazione subita per secoli e fissatasi nella foggia attuale - che se pur richiami in qualche modo quelle più o meno orientali, come il cappellitto - non è che invece un costume italianissimo e di pretto stampo rinascimentale, e ciò apparirà più convincente quando, fra poco, metteremo a confronto alcune altre fonti di indiscussa autorità. Un identico ma sempre pur vago riferimento ad una somiglianza del nostro costume con quello greco è stato ripetuto non da pochi scrittori, cominciando dal Giustiniani, il quale fu il primo ad alludere vagamente che « le donne (di Scanno) vestono graziosamente alla greca (17) (GIUSTINIANI: Dizionario Geografico, Napoli, 1804, alla v. ).Tra tutti, il più deciso a sostenere che Scanno fosse una vera e propria isola etnica greca fu il Colarossi-Mancini (18) (Oltre all’opera citata, vedere « Zu Matremonie azz’euse, Aquila, Vecchioni 1916, pp. 5-6. Sostennero la stessa tesi: SCACCHI: Scanno e la Valle del Sagittario, Roma 1899 pp. 43-44. DE MAGISTRIS, Gli Abruzzi in "La Terra" di G. MARINELLI, voi. IV pp. 1099 e 1145 e MAC DONNEL: The Abruzzi, Londra 1908, p. 248.) che favorì l’accendersi poi di una polemica con l’Almagià, il quale dimostrò l’infondatezza di molte prove, che per eccesso di zelo verso la propria terra, il Colarossi addusse (19) (Una presunta isola etnica greca o orientale nell’Abruzzo Aquilano in RIVISTA ABRuZZESE Teramo 1909 p. 280-89 e nel 1916, sulla stessa Rivista ritornò sull’argomento con « Ancora su una presunta isola ecc.). E vero che nel 350 d.C. circa, una colonia greca si stanziò nella zona comprendente attualmente circa il circondano di Scanno e quello di Pescocostanzo (20) (SABATINI, Colarossi-Mafleini, Zu Matremuonie azz’euse; recenzione in Bullettino della R. Deputazione Abruzzese di Storia Patria, Aquila 1920-22, p. 385-87.); ma sappiamo anche che immigrazioni di colonie greche stanziatesi nell’ Italia meridionale, ancor oggi rimaste ben chiaramente circoscritte, ma nulla troviamo nelle loro tradizioni che possa avvicinarsi a quelle scannesi, anche se tali colonie influirono sulle nostre popolazioni con un indice del tutto trascurabile.Il documentato processo evolutivo del costume in questione, sopra esposto, è già di per se una prova che autorizza ad escludere una qualsiasi sua provenienza orientale o no, e un qualsiasi influsso diretto di altre mode. Il Tanturri stesso che cercò di poter determinare l’origine straniera del suo paese non mostrò affatto di voler trarre dalla foggia del vestire, argomento per sostenere lontane provenienze di esso; e non altri più che lui non poteva tacere sulla vera origine dei lacci, se nel caso fosse stata diversa da quella da noi sostenuta; ben sapendo che la sua descrizione, di esso ornamento era la prima e l’ unica avvenuta nella storia del costume. Ma non basta. Nel 1690 circa G. B. Pacichelli, come Diplomatico della S. Sede, effettuò vari viaggi in Europa e in Italia; e uno di questi visitò minuziosamente il Regno di Napoli, raccogliendo poi in un’opera quanto mai preziosa (21) (Regno di Napoli in Prospettiva, Napoli, Pattino-Mntio, 1703, III, 30.) ciò che poté osservare di particolare e curioso e parlando di Scanno, dà a vedere che il costume femminile qui usato non lo trovò poi tanto diverso da quello del resto dell’Abruzzo se si limitò ad osservare semplicemente che : - « Nelle femine si unisce con l’honestà la leggiadria; sempre applicate, vestite di grosso panno, del tutto coperte, fin col nappo su'l volto, facendosi pender dal collo monete e medaglie d’oro in occasione di gale ». Similmente un secolo dopo (1792), il Torcia conferma che i costumi in Abruzzo si sono degradati - « da quella originalità che si conserva a Scanno» (22) (TORCIA, op. cit., p. 119.).Dunque le fogge del vestire della nostra regione discendono da un unico modello dal quale, col passar dei secoli vi si apportarono dei continui e numerosi mutamenti, diversi da luogo a luogo, in rapporto alle diversità di clima, di natura e anche in rapporto ad un altro fattore molto importante: i contatti commerciali con i centri maggiori e quindi più evoluti. Come solo a Scanno la foggia originaria del costume abbia potuto sopravvivere per tanti secoli e rimanere pressoché identica, è spiegabile col fatto che questa terra, per la sua posizione geografica e per la propria organizzazione interna, ha potuto condurre una vita autonoma. Tant'è che quasi tutti gli oggetti di prima necessità, e grazie alla floridissima industria armentizia (nel '600 si contavano nel solo Scanno ben 130.000 pecore!) e ancor più dalla perfezionatissima arte della tessitura e sopratutto tintura della lana, dove gli scannesi non furono mai superati (23) (MORELLI, L'Antica arte della tintoria in Abruzzo, in ATTRAVERSO L'ABRUZZO, Pescara, 1959, n.5-7); dal che è facile ammettere come le antiche fogge vi si conservassero più facilmente che non altrove.Il secolo in cui il costume subì sensibili trasformazioni è l'ottocento, durante il quale abbiamo visto adottare i cordoni nell'abbigliamento quotidiano, e nell'aver il cappellitto, nei primi anni, ancora una forma simile a un turbante, mentre nel 1852 non aveva più quella, ma neppure era l'odierno copricapo; ancora quasi rotondo, senza le due punte e la linea piatta anteriore; - e trovarsi al sorgere dell'attuale secolo, come è tuttora. Di sì rapidi e radicali mutamenti non ci è giunta ragione, specialmente per quanto riguarda la sostituzione del nero alla fastosità dei multiformi e vivaci colori cui era prerogativa del costume antico (24) (Si vedano i corredi dotali da me pubblicati e inoltre: PICCIRILLI: Da Anversa a Scanno, in Emprium, Bergamo, 1911, vol. 33 e DE NINO: Usi e costumi abruzzesi, Firenze, Barbera 1879, I, 23.Sappiamo che il colore degli abiti femminili variava a seconda della casta a cui apparteneva. La gonna verde era indossata dalle grandi proprietarie; la scarlatta dalle modeste; la gialla dalle artigiane e quella bleu o turchina dalle mogli e figlie di pastori (25) (ANTIQUUS: Indumenti e fogge net vestire, in La Foce, 1953, n. 10.). E’ documentato inoltre come nella prima metà del secolo XIX, altre due mode tentarono di far breccia ma furono sopraffatte dalla originalità e maggior eleganza dei lacci.Si tentò di sostituire al cappellitto una pezzuola bianca di seta e cotone con merletto a rete e gonna bleu carbonella pari al corpetto o comodino. Altre sostituirono al copricapo con violitto a liste in seta verde, rossa, violetta, uno di tessuto nero più o meno intenso privandolo della coda. Tali tentativi non ebbero però successo e vennero dimenticati subito dopo la morte delle loro ideatrici (25) (ANTIQUUS: Indumenti e fogge net vestire, in La Foce, 1953, n. 10.).Resta pertanto chiaro che il nostro costume non ha nulla a che vedere con qualsiasi moda orientale e le trasformazioni fin qui notate, sorsero in seno alla comunità stessa, senza che elementi estranei influissero in alcun modo. Da ciò appare evidente anche quanto sia recente la nuova foggia, ritenuta invece, da tutti antichissima, la cui austerità, riguardo alla tinta prevalentemente scura, ha fatto perfino sostenere l’ idea di una creduta origine monacale dell’ intero abito! (26) (VENDITTI: Una Moschea sul Sagittario, Roma, 1924).Se, come è stato preteso, volessimo far provenire l’abbigliamento delle donne scannesi da quello muliebre greco o orientale o dalle popolazioni che sono ai di là dell’Adriatico, - dove quest’ultima tesi è suffragata, pare, da alcuni elementi riscontrati in Dalmazia - dovremmo pur fare un confronto; ma chi può dire come era esattamente il nostro costume antico, e quali greci o orientali o slavi vestivano un tempo così? Domande a cui nessuno mai potrà rispondere. Lo scrittore abruzzese Ettore D’Orazio (1860- 1931) occupandosi, intorno alla Prima Guerra Mondiale, sull’origine del costume in esame, si mise in contatto con (diplomatici greci, turchi, persiani, residenti nelle rispettive Ambasciate in Roma, e affidò loro varie foto del costume affinché venissero fatte circolare in quei paesi, ma in nessun luogo si trovò alcuna rassomiglianza col nostro. Estese le indagini chiedendo la collaborazione di chiari etnologi, tra questi Monsignor Bulie’, Direttore del Museo Archeologico di Spalato. Passati alcuni anni il Bulie’ gli annunziò che il problema scannese era sul punto di essere risolto, grazie alle indagini del Dott. Sima Trojanovic’ Direttore del Museo Etnografico di Belgrado, il quale pregò che gli venissero spedite delle bambole abbigliate e pettinate all’ uso scannese apponendovi il nome dialettale a ciascun pezzo del vestiario. Esaudita la richiesta il D’Orazio scrisse ripetutamente al Trojanovic’ pregandolo di dirgli il nome del luogo in cui aveva trovato il costume scannese, nulla di preciso non poteva ancora dire ma anticipava la prossima conclusione delle indagini dicendo che il costume cercato si trovava « nei paesi danubiani della Serbia ». Del Trojanovic a questo punto, si perse ogni traccia, in seguito allo SCoppio della Grande Guerra, nella quale, come è noto, la Serbia venne pressoché devastata. Fu incaricato di riprendere le indagini il Dr. Todorovitch, Delegato Serbo all’ istituto Internazionale di Agricoltura di Roma. Impossibilitato di mettersi in contatto con il suo paese, il Todorovitch, secondo una personale opinione, affermava che il costume muliebre di Scanno fosse un miscuglio di costumi di diversi paesi serbi. Il turbante in uso presso le donne del distretto di Mlava. nel circondano danubiano di Pozarevatz; l'abito invece, rassomiglia molto a quello delle donne del circondano di Cossovo, presso la frontiera montenegrina. A confermare tali notizie fu, in seguito, il Principe Pignatelli che, reduce dalla Serbia, assicurò che il costume di Scanno, con la particolarità di attorcigliare i capelli con lacci colorati, era stato da lui riscontrato nelle donne della provincia Balschka dei banato d'Ungheria, allora in mano ai serbi (27) (COLAROSSI-MANCINI, op. cit. pp. 32-35. Recentemente anche il TOSCHI in Tradizioni popolari italiane, Torino RAI 1959 p. 164, accenna di aver trovato in Dalmazia dei costumi simili allo scannese.).L'italianità del costume, però, anche malgrado le conclusioni portate da queste ultime indagini, rimane integra : prima di tutto per la relativamente recente adozione di indossare come abbiamo documentato, giornalmente i lacci, e anche, poi, per l'evidente contraddittorietà che viene a risultare tra questa tesi e quella che voleva che il costume fosse di indiscussa origine orientale, di modo che automaticamente, le due tesi, vengono ad escludersi a vicenda anche e sopratutto riguardo alle suesposte affinità linguistiche. Terminiamo con una nota del Castiglione la quale illuminandoci sull’ambiente elegante e mondano del Rinascimento, ci dà la certezza che, seppur influssi stranieri vi furono nella moda italiana, questa assimilò taluni elementi, rimanendo però sempre aderente al gusto e allo spirito nazionale. Parlando, dunque, il Castiglione del vestire afferma che « veggiamo infinite varietà; e chi si veste alla Francese, chi alla Spagnola. chi vuol parer tedesco; non ci mancano ancor quelli che vestono alla foggia de’ Turchi: chi porta la barba chi no » (28). (Cortegiano, lib. 11).
finito di stampare il 25 febbraio 1960 - Stab.Poligrafico Editoriale AMOROSO - Pescara
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